
Novembre 2010.
In questi giorni di mobilitazione generale di parte significativa delle comunità universitarie italiane (studenti, dottorandi, borsisti e ricercatori in primis) e degli studenti medi è inevitabile rivolgere un saluto e un appello a tutti coloro che, con forza e dignità, rivendicano un futuro su cui ALMENO NON AUMENTI il debito economico già esistente e ALMENO SIA GARANTITO il diritto allo studio e alle pari opportunità di partenza (per quel che si può fare in termini di politiche tese a diminuire la sperequazione -o diseguaglianza di prospettive- oggettivamente presente a volte per talenti e competenze -e allora anche ben venga-, altre volte invece esclusivamente per culla di nascita e per relazioni nepotisticoclientelari).
La questione non è solo politica, cioè non si declina esclusivamente in termini di valorizzazione e finanziamento del sistema di istruzione e formazione pubblico, è anche generazionale.
Il saluto è di vicinanza e di incoraggiamento in quanto ho vissuto in modo diretto e indiretto (amici, parenti,conoscenti) il precariato intellettuale (e lo sto oggi di nuovo vivendo avendo scommesso su una professione che mi affascina come quella del docente-educatore-formatore e avendo lasciato un posto a tempo indeterminato in altro settore egualmente soddisfacente ma economicamente meno remunerativo -insomma un tentativo di uscire dalla generazione 1000 Euro al mese) e lo sfibrante susseguirsi di assegni, borse, contratti a tempo determinato che, a volte, vedono negato il diritto alla retribuzione in caso di lunga malattia o maternità, per non parlare poi delle assenti o risibili contribuzioni pensionistiche. Poi di incoraggiamento per le questioni poste (direttamente o indirettamente) dai manifestanti: reale riforma del sistema di istruzione e formazione in tutti i suoi aspetti, freno ai tagli indiscriminati prima dell'attuazione di una effettiva riforma migliorativa (mi vien quasi da piangere o da ridere a dover associare al termine “riforma” il termine “migliorativa” -mala tempora currunt/hard times-).
L'incoraggiamento è accompagnato, però, da un mio pessimismo di base che, comunque, non si nasconde il vantaggio tattico per i manifestanti avversari alla cosiddetta riforma Gelmini, vantaggio portato dall'attuale implosione e dalla relativa debolezza dell'esecutivo e della maggioranza di centro-destra (se poi il ministro Gelmini si vota contro... ...meglio ancora).
Ma è, purtroppo, per i manifestanti (e per idee di reale riforma) un vantaggio solo tattico e non politico-programmatico-culturale di ampio respiro.
Settori della cultura di centrodestra hanno una idea precisa di istruzione che mira a limitare le politiche correttive in senso democratico e di pari opportunità e a immaginare un sistema di istruzione non più teso all'ampliamento del pluralismo culturale e interculturale (dialogo, confronto, influenza feconda), bensì al rafforzamento di un certo multiculturalismo (coesistenza forzata in propri ghetti/territori). Ed è facile far ciò operando semplicemente dei tagli con più o minor forza verso le diverse articolazioni pubbliche e private di scuola e università.
Chi manifesta in piazza è in una posizione di difesa di un esistente che comunque non soddisfa e va cambiato (non certo nella direzione pensata da Gelmini-Tremonti: loro vedono che l'albero è vecchio, non rende più adeguatamente e soprattutto non verso le direzioni da loro auspicate, non ne piantano uno nuovo ma potano pesantemente-selezionando rami ideologicamente più vicini o lontani e trattandoli diversamente- quello presente, così almeno “risparmiano” oggi e in future cure colturali, poi però resteranno per molti anni senza frutti a causa di mancato ricambio e di nuovo impianto).
E qui arriviamo
finalmente all'appello. La scuola e l'università italiana (meglio
dire le scuole e le università italiane) non godono di buona salute.
I casi di best practice (pratiche virtuose ed efficaci)
rimangono isolati e non riescono ad incidere in termini di
cambiamento dell'intero sistema, ci sono resistenze verso sistemi
autovalutativi e valutativi (necessari per migliorare il servizio),
c'è scarsa cultura di lavoro d'équipe; a livello universitario e
dirigenziale nepotismi, clientelismo e concorsi poco limpidi sono
intuibili, accessi e opportunità legati al cognome, alle finanze
della famiglia di origine e non alle competenze o alle attitudini
sono presenti; il tutto a scapito di quei dipartimenti funzionanti e,
a volte, eccellenti.
O emerge una proposta nuova e innovatrice di tutto il sistema scolastico (culturale, organizzativa, curricolare, formativa, educativa, relativa a gestione, formazione e reclutamento del corpo docente e del corpo amministrativo) con un percorso condiviso in gran parte da tutti gli attori -tutti insieme disponibili anche a fare alcuni passi indietro- da contrapporre alle posizioni conservatrici e reazionarie di cui sopra, e sorretta da un vasto settore delle forze politiche e dell'opinione pubblica, oppure il sentiero intrapreso (chiaro) da quei settori “reazionari” sarà alla lunga vincente e farà arretrare di molto parte della reale applicazione della nostra Costituzione per i cittadini di oggi e di domani nel campo del diritto all'istruzione e formazione e alle pari opportunità.
Stefano Bulfone